Negli ultimi anni, vendere le proprie opere è diventato un compito sempre più arduo, poiché si è perso il concetto di possedere un pezzo unico da esporre. Una delle cause di questo cambiamento è la frenesia della vita moderna, che si riflette anche nel nostro lavoro e nelle passioni. Questa frenesia ci impedisce di fermarci ad ammirare un’opera d’arte e ci porta a vivere tutto attraverso lo schermo di uno smartphone, rendendoci dipendenti da una fruizione immediata e superficiale.
Tuttavia, la carta e la tela conservano un’energia e un pensiero che, al giorno d’oggi, sembrano svanire. Questi supporti tangibili custodiscono emozioni e riflessioni, offrendo un’esperienza profonda, in netto contrasto con la superficialità delle immagini digitali.
Sembra quasi un’evoluzione degenerativa, poiché la fotografia è sempre stata in simbiosi con la stampa. Fin dalle sue origini, la fotografia è stata concepita per essere contemplata, sia come ricordo che come forma d’arte accessibile a tutti. Questo legame essenziale tra fotografia e supporto fisico è cruciale, e la sua perdita rischia di impoverire l’esperienza visiva e il valore delle opere.
Un giorno, una persona mi contattò interessata a una mia foto sullo Stravedamento, ma desiderava vederla fisicamente per valutare la qualità. Così lo invitai nel mio studio, dove gli mostrai diverse stampe su tela e pannelli fotografici. Era particolarmente curioso di vedere come apparisse una stampa di oltre 2 metri, cercando di cogliere ogni dettaglio. Voleva vivere quel “wow” che una fotografia di Venezia con le Dolomiti può evocare, un’esperienza visiva capace di togliere il fiato.
Gli presentai una stampa di quel che cercava, realizzata su tela e lunga 2 metri. Rimase colpito dalla foto, in particolare dalla luce che si rifletteva sulle cime, ma non era esattamente ciò che desiderava. Iniziò a descrivere la visione di quello che avrebbe voluto appendere a casa. Per me non fu un problema soddisfare le sue richieste, ma sapevo che non sarebbe stato un processo rapido, dato che simili condizioni meteorologiche si verificano solo poche volte all’anno. Dopo aver contrattato il prezzo e definito i dettagli, ci stringemmo la mano, entrambi soddisfatti dell’accordo.
Dopo circa un mese si verificò il tanto atteso miracolo dello stravedamento in una splendida giornata tersa di fine ottobre. Come sempre, impiegai un paio d’ore per raggiungere il luogo e spesso la visibilità non è mai come all’inizio, ma rimasi fino a poco prima del tramonto, giusto in tempo per scattare le foto.
Fase di scatto. Occupai la mia solita posizione al Lido e sistemai il treppiede con la livella per assicurarmi che fosse in bolla. Inserii la mia testa panoramica a 2 vie e feci alcuni scatti di prova per valutare i parametri da usare per l’intera panoramica. Decisi di esporre sotto di un stop e iniziai dalla parte più buia a destra, per poi spostarmi verso sinistra, dove il sole era ancora alto. Così, impostai la mia macchina in manuale con diaframma f/13, ISO 100 e tempo di esposizione a 1/320 di secondo. Utilizzai la mia Sony a7r5 con un obiettivo 100 400 G.
Feci quei famosi 29 scatti in verticale, sovrapponendo le immagini per ottenere il margine di fusione. Il risultato fu un’incredibile panoramica di Venezia, con le montagne che si estendevano dalle piccole Dolomiti fino alle vette slovene. Naturalmente, non avrei
mantenuto l’intera panoramica; l’avrei ridotta di circa il 30%, poiché alcune parti non erano rilevanti e avrebbero solo allungato l’immagine, rendendola meno efficace nel formato finale.
La fase di sviluppo si rivelò piuttosto lunga, poiché il file finale occupava 15 GB solo per la fusione. Una volta definiti il taglio e le dimensioni della stampa, ebbi chiara l’idea di come ridurre la lunghezza per ottenere un’opera di 2,60 metri di lunghezza e 45 cm di altezza.
Calibrare tutto non fu affatto semplice, ma la prima operazione che effettuai fu la taratura dei colori e il bilanciamento del bianco, utilizzando il software Datacolor, che mi fornì un ottimo punto di partenza per ottenere colori corretti.
Proposi al cliente di suddividere la stampa in tre pannelli, creando un effetto di stacco che rendesse l’opera più attraente e adatta all’arredamento. Lui accettò subito la mia proposta. Gli inviai le bozze di sviluppo, che come sempre vennero visionate da cellulare e non da computer. Dopo alcune richieste di modifiche riguardanti le clonazioni delle gru e colori più vivaci per le vette, inviai un file aggiuntivo per assicurarci di essere sulla stessa lunghezza d’onda. Infine, dopo le ultime richieste, il post fu completato, dando vita a un’immagine straordinaria, mantenendo alta nitidezza e dettagli che rappresentano la mia firma.
La parte più impegnativa la affidai a Pasquale di Laborgrafo, il quale doveva suddividerla in modo che i campanili non venissero tagliati e il risultato fosse omogeneo. Come sempre accade, ci siamo confrontati e abbiamo presentato il lavoro per perfezionarlo. Dopo diverse dirette video, alla fine abbiamo modificato un po’ i tagli, riducendo ma mantenendo gli elementi che desideravo all’interno dei pannelli. Il pannello centrale racchiudeva la parte che amavo di più, tra il Palazzo Ducale e San Giorgio: il Monte Civetta.
Alla fine, riuscii a soddisfare il cliente e anche me stesso, creando qualcosa di unico. In questo periodo, trovo che sia quasi impossibile per molti colleghi dedicarsi a progetti del genere, poiché pochi sarebbero disposti a investire così tanto tempo. Ma come ripeto sempre, non si vive solo per il denaro; è fondamentale coltivare anche l’amore per la propria passione.